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1 maggio 2013-Il sogno di un viaggio comune tra Europa, Lavoro e Crescita

in viaggioQuest’anno molte sono le sollecitazioni che arrivano al cittadino italiano che voglia continuare a celebrare la ricorrenza civile della Festa dei Lavoratori.

Abbiamo un nuovo governo. Un governo che non avrei voluto, un governo che cerca di mettere insieme politici e partiti, fino  a ieri in conflitto  feroce tra di loro,  intorno  ad un progetto comune. Un progetto  forse troppo ampio  e, da quanto già emerge, non  definito e concordato nelle sue linee essenziali.

Le “grandi idee camminano sulle gambe degli uomini”, ma quali uomini  in questa compagine sono capaci di  mettere da parte il loro  interesse particolare di fronte a quelli ben più pressanti  e importanti  dell’intero paese? Quali uomini sono capaci di mostrare e soprattutto avere cura e rispetto delle istituzioni? Forse molti, ma sicuramente, dietro le quinte e in  “front line” ce ne sono  di molto ingombranti e malati di protagonismo ed egoismo.

 Mi piace comunque partire da uno stralcio dal discorso programmatico del Presidente del Consiglio, Enrico Letta.  Riguarda l’Europa ed il viaggio che noi dobbiamo necessariamente fare insieme a Lei per sperare in un futuro di migliori opportunità per l’Italia.

 Kyenge e IdemL’appello al viaggio comune verso destinazioni condivise ci ha portato Cecile Kienge al  Ministero dell’Integrazione e Josefa Idem al Ministero dello Sport. E non è poco

“Rappresentare l’intera nazione oggi significa prima di tutto sapere e ribadire che le sorti dell’Italia sono intimamente correlate a quelle dell’Unione Europea. Due destini che si uniscono.

Nel 2012 tutti noi abbiamo vinto il premio Nobel anche se forse non ce ne siamo pienamente accorti. L’Unione Europea è stata premiata per un’alchimia politica senza precedenti: la trasformazione delle macerie di un continente di guerra in uno spazio di pace. Allora i nemici decisero di vivere insieme. Dopo, insieme abbiamo promosso la democrazia e riunificato il continente dalle ferite della cortina di ferro. Insieme abbiamo dato vita al mercato unico. Insieme abbiamo concepito la cooperazione allo sviluppo, di cui siamo leader al mondo. Insieme ai ragazzi partiti nel 1987 per il primo Erasmus, abbiamo scoperto di avere nuove case e nuove famiglie. E insieme, nella crisi, dobbiamo ripartire da alcune verità, perché della verità non bisogna mai avere paura.

Primo: il Nobel non è alla memoria. L’Europa non è il passato, è il viaggio nel quale ci siamo imbarcati per arrivare nel futuro. L’Europa è lo spazio politico con cui rilanciare la speranza che ha animato la nostra società nella ricostruzione del dopoguerra. È lo spazio politico con cui mettere fine a questa guerra di stereotipi, di sfiducia e di timidezza, mentre la tragedia della disoccupazione giovanile mette un’intera generazione in trincea. L’Europa esiste solo al presente e al futuro, solo se alla storia scritta dai nonni e dai padri si affiancano le azioni dei figli e dei nipoti.

Secondo: l’Europa è il nostro viaggio. La sua storia non è scritta malgrado noi. È scritta da noi. L’orizzonte è europeo, con le università che devono diplomare laureati in grado di lavorare ovunque in Europa, e le imprese che devono inventare prodotti che siano competitivi a livello continentale se non globale. Pensare l’Italia senza l’Europa è la vera limitazione della nostra sovranità, perché porta alla svalutazione più pericolosa, quella di noi stessi. Vivere in questo secolo vuol dire non separare le domande italiane e le risposte europee, nella lotta alla disoccupazione e alla disuguaglianza, nella difesa e nella promozione di tutti i diritti. E soprattutto, l’abbattimento dei muri tra il Nord e il Sud del continente, così come tra il Nord e il Sud dell’Italia.

Terzo: il porto a cui il nostro viaggio è rivolto sono gli Stati Uniti d’Europa e la nostra nave si chiama democrazia. Guardiamo con ammirazione lo sviluppo delle altre nazioni, in particolare in Asia e in Africa, ma non vogliamo sognare i sogni degli altri. Abbiamo il diritto a sogno che si chiama Unione Politica e abbiamo il dovere di renderlo più chiaro. Possiamo avere «più Europa» soltanto con «più democrazia»: con partiti europei, con l’elezione diretta del Presidente della Commissione, con un bilancio coraggioso e concreto come devono essere i sogni che vogliono diventare realtà”

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LA FIERA DELLE PAROLE 2012 si apre con Carmine Abate e il “rosso” vento calabro

9/10/12, pomeriggio caldo-umido  di inizio autunno padovano. Con la mia amica Lucia, andiamo all’incontro di apertura de La Fiera delle Parole. L’Aula Magna del Bo, maestosa e solenne,  ci accoglie nei suoi spazi  aviti con le rituali parole di benvenuto e di  “buon viaggio”  del Rettore Zaccaria, del sindaco Zanonato e del dottor Furlan dalla Camera di Commercio. Tutti e ciascuno  mettono  in evidenza quanto bravi e sensibili siano stati nell’incoraggiare e “finanziare” la manifestazione. Bravi!

Bravissima davvero Bruna  Coscia, organizzatrice dell’evento, che  ha detto due parole essenziali e dirette e ha lasciato, la parola al Libro…

Si materializza Carmine Abate, autore di La collina del vento,  che ha vinto il premio Campiello alla sua 50esima edizione. La  mia amica mi ricorda come  lo avessimo cercato e voluto  per il nostro lavoro  Comenius Promise su Cent’anni di Emigrazione Europea. Vero! L’ avevo dimenticato.

Dopo l’esauriente presentazione di De Michelis, che, preso da passione espositiva travolgente, rischia di  svelare il finale, parla Carmine:”

Io scrivo solo quando sento forte l’urgenza di scrivere. Il lettore deve sentire questa urgenza, altrimenti non si appassiona.

E le sue parole  e la sua persona mostrano inequivocabilmente  l’atteggiamento  riconoscibile dell’insegnante appassionato,  la sua grande carica di umanità ed esperienza,  la visione del presente attraverso il passato, senza nostalgie e rimpianti. Non mancano, tuttavia,  alcune considerazioni veloci  sulle varie forme di razzismo e sradicamento. Anche io non sopporto tutta la manfrina della ricerca delle origini o che  “le radici non si dimenticano” etc etc..

ma io chi sono?

Tutto bello ed interessante, Ma la scintilla scoppia, quando Abate  ci racconta della domanda epica: “ma io chi sono?”. Sì è posto la domanda  dopo  essersi sentito definire nei modi più diversi (Italiano con accezione “dubbia” in Germania, terrone nel Trentino, trentino in Calabria, Arbëresh dagli Albanesi, migranti del 91 in Calabria…).  Chi  di noi  non si è mai posto  questa domanda esistenziale, pur non essendo necessariamente un migrante?

La domanda di Abate  riaccende il film della mia vita e di quella di molte persone intorno a me. Da buona migrante, in viaggio  attraverso lo Stivale, concordo con lui. Sono molto più ricca di  tanti altri, perchè ho esplorato terre diverse e incontrato  gente nuova, bella, brutta, affascinante, repellente…e sono rimasta sempre io, sempre la stessa, ma con qualche piccola radice in più ad arricchire il mio albero della vita.

Mah, forse me lo leggo questo libro, anche sa ha appena vinto un premio prestigioso  e io con i premi non vado molto d’accordo. Poi  Carmine cita Elias Canetti  e qui mi dico: sì, lo leggo. Anzi lo compro ora e lo faccio pure firmare, proprio come si vede nei film… Canetti e la sua Lingua salvata, storia di una giovinezza è una pietra miliare del migrante illuminato, multi identitario. Lo aggiungo ai libri di Ottobre. Con Lucia decidiamo di leggerlo e di organizzare, dopo,  una cenetta per  “raccontarlo  e commentarlo” Fixed!

  

  Chiude l’incontro  Chiara PARRINI, viola d’amore dei Solisti Veneti. Che meraviglia! adoro le contaminazioni.

E.De Luca-I PESCI NON CHIUDONO GLI OCCHI… bambini alla scoperta dell’amore e della vita.

Mentre leggo, associo il  “fragore dell’oceano” percepito nell’animo  da Moses ne La scena perduta  ai rumori dolci del mare nell’isola di Erri. Passo dalle azioni di paura violenta dei tre bambini di Ti prendo e ti porto via, a quella dei tre bulli che attaccano “il ragazzino” protagonista di questo libro. Dalla passione scatenata da Gloria a quella del protagonista/pesce che non riesce a chiudere gli occhi davanti  alla bellezza della “ragazzina del Nord” in vacanza a Ischia: bambini alla scoperta dell’amore e della vita, del loro livello di resistenza, coraggio e senso della giustizia.

Il primo incontro d’amore tra i due li vede mano nella mano…

In questo romanzo, Erri ci accompagna ancora una volta lungo il cammino  della “sua” crescita e ci sembra di riconoscere nei gesti  e nella corporeità del ragazzino, il suo  corpo asciutto, il suo sguardo schivo, la sua mitezza contemporanea.

Il bambino-di-dieci-anni non conosce il nome della “ragazzina” che prende esempio dalla vita degli animali, I nomi sono superflui. I gesti sono importanti invece, come “la rottura del guscio/corpo” che crea l’illusione della crescita. Il corpo e lo spirito crescono attraverso la sofferenza?  Riti umani, nei quali si inserisce anche il ghiacciolo giornaliero  sulla spiaggia, le  frasi d’amore inconsapevolmente tali, i ragazzi senza nome: tutti e nessuno.

Ritornano i tòpoi privilegiati da Erri: l’isola, il mare… che divinità universale e familiare allo stesso tempo! Il cinema e i libri:

“quel cinema di maestranze eccellenti che a tempo giusto assunse l’intensità dell’arte[…] ci andavo da solo, non volendo nessuno accanto a deridere la mia commozione[…]imparavo l’Italia nelle sale affumicate dei cinematografi, pure quelli divisi in classi: prima, seconda e terza visione[…]dicevo che andavo a studiare da un compagno  e invece mi infilavo in un cinema alle quattro…” Cinema e America:partenze e ritorni e  scelte laceranti. La partenza verso il mondo adulto, le lacrime dei lacrimogeni e la lotta per la “giustizia”. E poi arriva il momento del saluto, definitivo, alla fine della vacanza.  “La vita aggiunta dopo, lontano da quel posto, è stata una divagazione”

Nel libro emerge  il ricordo  di nonne e mamme appassionate della settimana enigmistica, insieme a magici  giochi di parole. Il ragazzino ne è affascinato. Man-tenere è il  suo verbo preferito.

I ricordi hanno sempre un grande appeal, specialmente sui lettori più “maturi”. Si  cammina tra le pagine alla ricerca di conferme o di  spazi  condivisi o di esperienze comuni. Per questo il libro mi piace. Mi piace però anche ritrovare De Luca con il suo stile silenzioso, quasi sommesso  e così pungente nell’articolazione sapiente delle parole. Mi piace perché in ogni suo libro traspare l’amore per la parola “piena di significati”.

 

M.Ali-In the Kitchen.Di tutto e di più tra Londra e il ‘proletario’ Nord dell’Inghilterra

Ali_In the Kitchen

 

Dalla quarta di copertina

All the ingredients for a sizzling tale are present: a sudden death that may or may not be accidental. A middle-aged chef on the verge of a breakdown. Sexual obsession, An illicit affair: A nefarious plot involving human smuggling” Boston Globe

Un lungo viaggio con lo  chef  Inglese Gabriel Lightfoot, soprattutto all’interno dei suoi problemi irrisolti. Dal rapporto con il padre, operaio vecchio stampo delle gloriose industrie tessili inglesi, a quello con la madre tanto amata un po’ pazzerella, ma fondamentalmente fantasiosa e allegra, all’interno di un nucleo familiare percepito come triste e severo; a quello con sua sorella Jenny, tipica rappresentante delle donne sole con figli, in crisi di mezza età, riscoperta e rivalutata solo tardi, quando i  problemi si fanno enormi per Gabe e la sua famiglia di origine; a quello con Charlie, la fidanzata di sempre, quella “giusta”. E poi Lena, immigrata clandestina travolta nel turbinoso mondo in cui la sua condizione di illegalità  l’ha catapultata. Lena come un disegno di Escher  che assume significati diversi a seconda  della visuale

What you saw depended on how you looked or what you were looking for…” (p.270);

E si aggiunge il suo rapporto con i suoi  dipendenti multietnici, amici, nemici, confidenti. Amati e odiati, oggetto delle sue sfuriate e dei suoi ripensamenti.

Questa volta Ali sceglie un  protagonista  “truly British”, proveniente  dal Nord dell’Inghilterra, area depressa e di estrazione operaia.  Mi viene in mente la mia Consett, nel Derwentside…

Molto intense le pagine (tante) sul recupero di un rapporto difficile  tra padre e figlio. Il paese natio crea fastidio, ma alla fine accoglie un Gabe rigenerato e forse pacificato. Ted, il padre è una figura autentica di padre operaio nelle industrie tessili. La sua è una vocazione. Porta il figlio bambino a conoscere i suoi gioielli: le macchine per filare e tessere, madri nobili dell’industrializzazione occidentale. Lui, simbolo dei “good old times …” con le biblioteche circolanti, i Natali come-da-tradizione, gli-amici-al-pub…gli  Inglesi e  gli immigrati che  lavorano e vivono come schiavi anche lì, al Nord…

La madre, il grande legame. Madre malata che lo fa ballare, lo fa “scatenare” nelle sue fantasie infantili  frustrate e represse da un padre/marito apparentemente  troppo severo e da un ambiente grigio. Stranezze di questa madre non compresa? Malattia? Creatività e libertà allo stato puro? Spesso il confine tra follia e libertà non è  ben definito e compreso, specialmente nelle donne. E’ più facile dire “è pazza… curiamola”. Molto complesso il quadro.

Victoria StationAli imposta il suo romanzo ancora una volta a Londra, non nella Londra ”periferica” di Brick Lane, ma in centro, dove si incontrano persone importanti, parlamentari in costruzione del loro futuro after MP, palazzi con facciate sontuose in strade silenziose e vuote in cui sembra non abiti nessuno. Londra come i turisti la vogliono vedere: il cambio della Guardia, le strade del centro etc etc.  Unica concessione alla quotidianità Victoria Station snodo  fondamentale per i trasporti  londinesi.

 

 Imperial HotelL’Imperial Hotel è il setting. Qui troviamo la cucina-regno di Gabe, qui troviamo  tanti immigrati  in cerca di fortuna a Londra, qui accadono eventi ordinari e straordinari. Dentro e fuori le vite del popolo della cucina. Popolo degli sfruttati, degli invisibili, di chi lavora e vive sul posto di lavoro, di chi non sogna più sebbene speri sempre in un futuro  migliore o, per lo meno in una vita decente. 

Si aggirano tra i corridoi dell’Hotel figure ambigue di dipendenti che sfruttano i loro  colleghi o sottoposti, che approfittano della loro debolezza sociale. Furgoncini carichi di forza lavoro in esodo quotidiano tra una dormitorio lercio e un campo di lavoro dove spaccarsi la schiena per racimolare qualche soldo e riscattare la propria schiavitù. Criminali che sfruttano i sogni delle adolescenti e delle giovani donne d’oltre frontiera, per lo più provenienti dall’EST, irretite con le promesse di una vita da star…

 Colpisce il rifugio sgabuzzino-office di Gabe. Lì  suda, non c’è spazio, ma trova  conforto nei momenti down.

C’è un gran parlare di British Values nel  romanzo. Ma quali? Reminiscenze dal passato. I proverbi “red  sky at night  sheperd’s delight” il nostro  vecchio “rosso di sera buon tempo si spera” e chi spera è il contadino o  il pastore, come nel caso inglese. Piccole epifanie scatenate da oggetti antichi: Le regole della miniera ricamate sullo strofinaccio. Gabe si chiede: cosa insegnerò io ai miei figli? Cosa dirò loro del mio lavoro di cuoco?

I libri e le letture. Suleiman ha letto molto, Charlie legge molto, anche lui, Gabe dovrebbe… Ma lui dovrebbe e vorrebbe fare molte cose. E’ decisamente un po’ confuso.Monica Ali

Monica Ali si materializza spesso tra le righe del romanzo con la sua formazione culturale, il suo punto di vista e  la sua esperienza di figlia di  immigrati (padre Bangladeshi e madre Inglese) arrivata in Inghilterra  all’età di tre anni.

Le sue riflessioni e intuizioni diventano protagonisti brillanti e convincenti del suo romanzo d’esordio  Brick Lane   Descrivere il mondo dei British è forse un modo per capire e accomunare le persone, attraverso  desideri, dubbi, frustrazioni, piaceri (il cibo?) e sentimenti condivisi.

Tanta psicologia, poca azione, anche se il cadavere ritrovato in cucina fa all’inizio pensare ad un romanzo giallo. Qualche altro spaccato rafforza l’idea, come ad esempio la “trasferta” in incognito sul furgoncino dell’Hotel all’inseguimento di Pasha…Ma di fatto il libro si rivela essere un lungo peregrinare tra ricordi, dubbi e  tormenti del protagonista.

E a un certo punto si sente un po’ l’affanno di questa lunga camminata. Verso la fine prende quasi la piega di un romanzo con lieto fine: dopo tanto soffrire, alla fine forse c’è speranza.

Un anello che gira intorno al dito del  “grand’ uomo” fa scattare  la molla nel cervello di Gabe e introduce il secondo twist nella storia. Il primo, dirompente, è stata Lena, che  gli ha stravolto la vita.

Mi piace di questo ritratto di una Londra più autentica, fuori dai soliti  clichè. Da tempo  pensavo e speravo di leggere o di scrivere qualcosa di simile. E’ arrivata Monica Ali che  come donna, scrittrice, emigrata è in grado di cogliere la natura profonda di quanto si muove nel cuore di Londra.

A. Pennacchi-CANALE MUSSOLINI. Ognuno “gà le so razón

 

 

 

È la narrazione che prende in questo libro. La voce narrante, il suo interloquire con l’ascoltatore, ipotetico lettore, al bar, forse all’osteria perché no, davanti a una caraffa di vino della casa…

E ti sembra di sentire lo stesso Pennacchi, che con quella sua cadenza basso-laziale, intercalata da modi dire tipicamente “cispadano-veneto-ferrarese”, con quel tono di voce, a volte aggressivo e sgradevole, ti snocciola tutta la “saga dei Peruzzi” e del loro antico mondo agricolo, offeso e preso a calci nei fondelli da quota 90 dei Zorzi-Vila e spinto verso il Sud-Marocco dalla nuova povertà .

PennacchiForse, se non avessi sentito Pennacchi in televisione da Daria Bignardi, avrei letto la storia in un’altra chiave armonica. Forse non mi sarei fatta condizionare da un atteggiamento ear-driven… Mi suscita emozioni contrastanti.

Gli eventi narrati sono proprio un’altra “Storia”. E’ un punto di vista, quello dei Peruzzi che, un po’ da dentro, un po’ da fuori ci racconta frammenti di storia Mussoliniana. E sembra proprio che “abbiano tutti le loro ragioni”. Fortunatamente però l’interlocutore ci riporta, ogni tanto, alla nuda realtà delle cose, sebbene richiamata in forma di domanda…

La narrazione è un procedere a spirale, un filo sospeso del discorso continuamente riallacciatto a quanto detto poco  prima. E questo mi piace. Lo trovo molto recursive, molto orientale e molto tradizionale. È il filò delle sere d’estate, al buio stellato, tra profumi e odori, a far tardi sul muretto.

La Storia, da dentro, sebbene parziale, risulta credibile, vera, terribile. E’ la vista del canyon e della rappresaglia di Debra Lebanon che fa apparire immediata davanti agli occhi del lettore le rappresaglie nazifasciste… e Debra Behran e le fosse comuni stracolme di chierichetti, feroci assassini da sterminare

“L’avessero fatta a noi cattolici una cosa così…” sottolinea il narratore. p.294.

La Storia e le storie vanno avanti ricche di dettagli e siparietti  agresti, talora dolorosi: Il bambino che per badare al suo coniglietto muore e inonda di sangue e tragedia l’esodo verso l’Agro Pontino; Gli eucalipti che quasi ti soffocano con la loro meraviglia; i Pilgrim Fathers, fratelli di migrazione e di sofferenza, ma anche di speranza; La famiglia e i suoi riti agresti: le feste, i cappelletti alla cui preparazione i bambini partecipano festanti, eccitati all’idea trasgressiva di infilare nell’impasto succulento i bottoni… Non uno solo come da tradizione, ma tanti da creare “imbarazzo”; le tagliatelle preparate con la tecnica del rotolo, che tante volte ho visto fare a mia madre, affascinata da quei fili che ne venivano fuori come stelle filanti! La mano veloce nel tagliarle come una piccola mitragliatrice ta ta ta ta ta ta tra legno e lama.

Il monolite famiglia! Ancora! Salvezza e perdizione; il “musso” da salvare nelle grotte dei marocchini di montagna. E torna ancora alla mente la scenetta che mi raccontavano i miei di Vera bambina, il suo asinello e i tedeschi cattivi che glielo volevano portare via…E gli sfollati nelle grotte, proprio come ad Avezzano e Luco dei Marsi, nelle grotte di Nerone; La pistola proibita (dopo l’8 Settembre) tenuta in casa da papà e sottratta da nonnina con scaltrezza durante la visita terrificante della milizia. Storie di vita e di guerra, storie di sopravvivenza che attraversano l’esistenza di tanti italiani.

Figli? Tanti: frutto dell’amore, della disperazione, dell’incoscienza, dell’istinto di procreazione e sopravvivenza della specie. Guarda le api di Armida: che magia! Su tutto regna una “naturalità” disarmante. Quello che conta dai Peruzzi sono i ritmi della terra e del corpo. Ah! Zia Bissola e il suo privy!

canale Mussolini

 Il podere 517 e Canale Mussolini protagonisti assoluti, ovviamente: via le zanzare, via il fango e la melma e su con il grano, con la frutta, con le bestie compagne di vita…

Coerenza? Cosa sei? Resistenza? Chi resiste a cosa? Tutto in questa storia sembra avere una sua collocazione comprensibile: Mussolini, le “pinciate”, le bravate. Gli architetti ebrei, i marocchini veri e “falsi”, le schioppettate, le guerre, gli armistizi.

 Tobruk, Sabaudia e i racconti di mio padre, la miniera che guarda il mare_BuggerruBuggerru e le cariche della polizia per soffocare i primi moti operai e ognuno “el gà le so razón”.

Eppure è tutto meno semplice di come appaia. Traspare dal racconto più di un punto di vista “divergente”.

Tanta roba, di tutto e di più in questa storia, persino un riferimento didascalico all’ingegner Gadda e al suo mondo teorico e razionale.

Così tanto materiale che non è facile riassumere in modo efficace. Leggere questo libro è comunque un esercizio della memoria, un incontro con il proprio vissuto e con la consapevolezza di condividerlo con tanti altri: cispadani, marocchini, ferraresi, veneto-pontini etc etc.  Allo stesso tempo è un invito ad andare verso il futuro, con onestà e fiducia.

E per concludere: la scoperta della Religione in casa Peruzzi, altra magnifica, lenta epifania sociale. Con la messa della Domenica come rito di accettazione sociale. Preti veri e finti, veneti e marocchini, fantasmi dal passato. Figure determinanti dall’inizio alla fine, fino alla scoperta dell’identità del narratore.

Quasi una chiusura del cerchio, una forma di espiazione a lungo desiderata e coltivata dalla madre, nonostante il manto nero che l’avvolge in sogno nei momenti bui.

Bellissima trovata letteraria!

E. De Luca-IL GIORNO PRIMA DELLA FELICITÁ. Qualcosa dobbiamo prendere sul serio…

 

Qualcosa dobbiamo prendere sul serio, Don Gaetano ci insegna:

 “fatemi prendere sul serio almeno il gioco della scopa, che è una mezz’arte religiosa. Sicuro, religiosa: la carta più importante è il 7, che è il numero della nostra novità di ebrei. Sono stati gli ebrei  a inventare la settimana. Prima i calendari andavano a luna e a sole. Poi la nostra divinità ci ha fatto sapere che i giorni erano sei più uno. A santificare il numero 7 prima della scopa, siamo stati noi. Il mazzo contiene 40 carte, come gli anni passati nel deserto, tra l’uscita di Egitto e l’entrata nella terra promessa. E poi c’è lo spariglio, una variante della presa di carta su carta uguale. Si può prendere la somma di più carte. Questa è un’invenzione che non c’è in natura. La natura va per coppie, la scopa va per spariglio. Il cartaro ha interesse a conservare tutto apparigliato, l’avversario no. E’ una lotta tra l’ordine e il caos. Fatemi prendere sul serio il gioco della scopa”.

Che lingua cantata! Non puoi non leggere con nelle orecchie il Napoletano, anche se di dialetto stretto ce ne è ben poco…

Il giorno prima della felicità: brividi come quelli provati durante la narrazione filmata nel programma di Fazio (Che Tempo che fa 2008); narrazione liquida di un mare leggermente mosso e dolcemente salato. Ritmo lievemente  incalzante. Brividi.

Non so nulla di Erri, e dunque mi piace pensare che sia una storia vera di cui lui è il protagonista. Usa un linguaggio antico e, nello stesso tempo, post moderno. Poesia delle onde bianche inferocite, gusto delle nuvole a forma di frittelle… E poi parole che fanno affiorare teneri ricordi della mia infanzia. Parole del lessico famigliare, paterno: la collottola, la cromatina e poi Totò e La Capa con i suoi strafalcioni.

Inguaribile nostalgica professoressa… Che bello l’inno alla scuola pubblica di Erri: trasuda piacere, nel sangue arricchito delle parole del professore, che dall’ossigeno dell’aria scendevano ricche, giù giù nelle vene…

“A scuola ascoltai a fondo le lezioni. Mi accorsi di come erano importanti le cose che imparavo. Era bello che un uomo le metteva davanti ad un’assemblea di giovani seduti, che avevano uno slancio nell’ascolto, nell’afferrare al volo. Bella un’aula in cui stare per conoscere. Bello l’ossigeno che si legava al sangue e che portava in fondo al corpo il sangue e le parole. Belli i nomi delle  lune intorno a Giove, bello il grido di “mare, mare” dei greci alla fine della ritirata…Entrava luce in testa come ne entrava in aula. Fuori era un giorno lucente, uno di maggio finito nel mazzo di dicembre.”( p. 125)

E torna l’ Argentina, il mondo della salvezza. L’accenno umido ai fazzoletti sventolanti che salutano i passeggeri di terza classe in fuga, alla ricerca della felicità. E mi torna in mente il viaggio di papà, dopo la guerra, con la piccola eredità di mamma e gli ultimi risparmi di sua madre, investiti in questa avventura al buio. Lui, al ritorno non era poi così triste. Se l’era vissuta l’Argentina, senza troppo impegno. Lui, figlio unico viziato da una madre autoritaria e possessiva, non è riuscito a reggere il peso dell’emigrazione e allora, dopo un anno, ha speso gli ultimi soldi nell’acquisto del biglietto di ritorno,  di una borsa di coccodrillo per mia madre e di una bambola automatica, Diana, alta come noi bambine con la quale la nonna-strega non ci faceva mai giocare…

E mi torna davanti agli occhi Frank, le sue canzoni, i suoi racconti che avrebbero dovuto convincere Eveline (uno dei più bei racconti  nei  Dubliners di James Joyce) a partire con lui verso il nuovo mondo, verso Buenos Aires. Ma Eveline non ce la fa, non parte proprio. E’ paralizzata dalla paura di lasciare il noto per l’ignoto…

 E poi Chicco De Gregori e i suoi viaggiatori di terza classe “che si va in America” e poi e poi tanti altri …

Ed eccomi alla fine, solita enorme e umida commozione finale di fronte ad una testimonianza di calda umanità. L’umanità di Erri.

 

Descrizione del libro

(da: aNobii.com)

Don Gaetano è uomo tuttofare in un grande caseggiato della Napoli popolosa e selvaggia degli anni cinquanta: elettricista, muratore, portiere dei quotidiani inferni del vivere. Da lui impara il giovane chiamato “Smilzo”, un orfano formicolante di passioni silenziose. Don Gaetano sa leggere nel pensiero della gente e lo Smilzo lo sa, sa che nel buio o nel fuoco dei suoi sentimenti ci sono idee ed emozioni che arrivano nette alla mente del suo maestro e compagno. Scimmia dalle zampe magre, ha imparato a sfidare i compagni, le altezze dei muri, le grondaie, le finestre – a una finestra in particolare ha continuato a guardare, quella in cui, donna-bambina, è apparso un giorno il fantasma femminile. Un fantasma che torna più tardi a sfidare la memoria dei sensi, a postulare un amore impossibile. Lo Smilzo cresce attraverso i racconti di don Gaetano, cresce nella memoria di una Napoli (offesa dalla guerra e dall’occupazione) che si ribella – con una straordinaria capacità di riscatto – alla sua stessa indolenza morale. Lo Smilzo impara che l’esistenza è rito, carne, sfida, sangue. È così che l’uomo maturo e l’uomo giovane si dividono in silenzio il desiderio sessuale di una vedova, è così che l’uomo passa al giovane la lama che lo dovrà difendere un giorno dall’onore offeso, è così che la prova del sangue apre la strada a una nuova migranza che durerà il tempo necessario a essere uomo.

E.Vittorini-CONVERSAZIONE IN SICILIA. Hai mai visto un cinese?

Vittorini Conversazioni in Sicilia

Elio Vittorini-Conversazione in Sicilia-Illustrazioni di Renato Guttuso-B.U.R. Milano 2000

 

 “E il Bambino va incontro all’uomo e l’Uomo va incontro al Bambino

 

 

Grandi aspettative su questo libro. Ne ho sentito parlare, l’ho sentito etichettare dalle persone “giuste”, come un must. E poi il titolo così accattivante: Conversazione in Sicilia. Amo la prima parola perchè mi fa pensare alla ricchezza di idee e sentimenti che, come un flusso di corrente, salta da un interlocutore all’altro, tocca i terminali  e produce energia.

 Amo la parola -Sicilia- non di più, ma in modo diverso. Anch’essa evoca in me persone, sentimenti e luoghi fisici e dell’anima, che dimorano nel mio self. Un amore conflittuale, un amore-non amore, alla Quasimodo.

 Qui la Sicilia è soprattutto luogo dell’anima, spunto per ricordi assoluti, sogni o incubi. E’ la Sicilia in cui la “cartolina” non ha più la funzione patinata di uno scorcio da sogno blu-di-mare, giallo-di-sole, rosso-di-arance, profumo-di-gelsomino. E’ invece solo carta funzionale, mappa con un indirizzo, l’indirizzo. Elemento di contatto tra affetti lasciati e ritorni affettuosi.

 

E il viaggio comincia. E’ un viaggio nel buio della miniera, di stanze piccole senza calore e senza colore, che culmina nell’oscurità del cimitero dove, unica concessione alla luce, sono le fiammelle dei lumini.

 

Poi tutto diventa un miscuglio di simboli e di realtà, vere o sognate, desiderate o ricordate.

I disegni di Guttuso completano questa magnifica versione. Sono davvero in bianco e nero? Direi proprio di sì. Tracciano linee fedeli di ciò che Silvestro vede davanti ai suoi occhi. Grigio dominante, eppure mi colpisce molto il ricorrente “blu” negli occhi di alcuni personaggi, normanni anche nei loro riccioli biondi. Alti e forti.

Ma quale immagine dei siciliani ci vuole dare Vittorini? Io, con quindici anni di vita siciliana sulle spalle e nel cuore, ho cercato nelle sue parole l’idea che io ho dei siciliani, anche l’idea della loro fisicità. E mi sono trovata davanti esseri universali che soffrono il dolore del mondo!

 Cosa rimarrà in me di questa Conversazione? Le strane domande e le strane risposte:

“Hai mai visto un cinese?”(p.251)

Così comincia la più moderna visione dell’interculturalità?

Ma ci sono stati veramente i Cinesi in Sicilia? I Cinesi sono dentro tutto il dolore del mondo, del genere umano. Soffrono come e più di noi:

“egli è più povero di tutti i poveri e tu lo hai mandato al diavolo e lo pensi, così povero nel mondo, senza speranza e mandato al diavolo, non ti sembra che sia più uomo, più genere umano di tutti?”

Ma andiamo a leggere tutte le battute tra madre e figlio, ci sembrerà di essere improvvisamente entrati in una Conversazione contemporanea…

 

Affiora dai miei ricordi di bambina cresciuta tra la gente di montagna, in Abruzzo, la definizione di “Figlio di prete”. Diverso significato ha il “figlio di prete” descritto nelle lettere dalla Spagna e riferito ai Carabineros portoghesi: mai riparare in Portogallo e poi farsi ammazzare dai figli di prete! piuttosto farsi fucilare in terra di Spagna e morire in libertà, con i compagni.

 Da noi era diverso. Il “Figlio di prete” era un’espressione, anche un pò affettuosa, rivolta ai mascalzoncelli. A volte però voleva dire “Figlio di puttana”. Fine digressione.

 Torniamo a Vittorini. Che buffo quel viaggio tra le case a fare le iniezioni. Concezione cura i malati e aiuta, a modo suo, il figlio a conoscerla meglio.

 Offre a lui la sola educazione sentimentale che lei conosca e gli mostra la pelle, la carne e le forme delle sue pazienti più attraenti. Silvestro incontra le donne siciliane: vedova piacente, giovane donna bella, statua di bronzo che non soffre. Ma ad un certo punto dice NO a sua madre…

 

All’inizio del libro, sul traghetto con Silvestro ho pensato:

“ecco, ci siamo, ora arriviamo a Messina e saremo nella Sicilia che io  ho vissuto e la riscopriremo insieme”

E invece no. Anche lui come tutti i viaggiatori che attraversano lo Stretto, passa per Messina, uno sguardo al porto e forse alla

  

Madonnina lucente, un ricordo di ferraglia e ferrovie e poi via, fugge verso l’interno. Città di passaggio…Quante cose mi vengono in mente! Un’altra storia.

 

Scopro tra le righe del romanzo la pulsione politica, simbolica, forse religiosa di questo gruppo di uomini e ragazzi che sono accomunati dalla sofferenza del mondo. Un’intesa che li porta a pensare di sperare di salvarlo. Ciao Gran Lombardo, ciao Coibaffi, ciao Senzabaffi, ciao Ragazzo delle arance.

 Vino a fiumi, vino che provoca sbornie tristi e allegre. Il nonno mitico era sempre allegro, da sbronzo; Silvestro no, come suo padre.

Suo padre era un grande artista. Attore Shakespeariano, ferroviere illuminato, amante delle donne, del ballo e della compagnia.

Poeta! E penso al mio papà-poeta e penso al Ferroviere di Germi. Ai fortunati figli dei ferrovieri, che potevano salire in treno e andare dove volevano, in giro per l’Italia, gratis! Somiglianze, contrasti, luci e ombre.

 

Le rosse case dei cantonieri in cui Silvestro ha vissuto, occupano un posto speciale nell’immaginario della mia generazione. Avevano le sbarre, ma erano rosse, solitarie in mezzo ai papaveri e alla campagna. Aleggiava intorno ad esse un’atmosfera di mistero.

 

Quanti spaccati discreti di grande letteratura troviamo in queste pagine: I corvi inquietanti di Poe, i dubbi e i tormenti inesauribili di Amleto, il furore e la passione politica di Bruto.

 Moravia conclude una sua recensione di Conversazione, dopo aver evidenziato qualche sua criticità, con queste parole:

Benedette dunque le letture o le altre suggestioni che gli hanno fatto intraprendere il viaggio alla volta della Sicilia…Le pagine del viaggio sono tra le più valide del libro…La terza parte poi, quella in cui la madre va in giro per le case del borgo a distribuire iniezioni, è la migliore di tutto il libro. Qui Vittorini poco commenta e lascia parlare i fatti.” Da A. Moravia, Vittorini “Gran Lombardo”, in “Documento”, n.4, aprile 1941

 

Come mi è piaciuto questo libro! Come si sente nelle parole il tormento di un uomo che odia la guerra e che è alla disperata ricerca di sé, del Gran Lombardo che a volte vorrebbe essere e forse è. Il treno continua la sua corsa. 

 Negli scompartimenti di terza classe, coi sedili di legno entra di prepotenza, dai finestrini aperti, tutto l’odore e il calore della Sicilia.

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