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G.D’Annunzio-IL FUOCO. Vivere ardendo e non sentire il male.

 

 

Il Fuoco di Gabriele D’Annunzio è un sontuoso esercizio di stile e di cultura,

“un luminoso prototipo del moderno romanzo-saggio” (P.Gibellini),

ricco di grande musica, magnifica pittura, bel canto e meraviglie Veneziane; un romanzo-saggio traboccante di parole sontuose, colte, inusitate, immaginifiche, vuote e retoriche-piene e intime, danzanti, estatiche. Sono le parole di Stelio-Gabriele e catturano, affascinano, ammaliano.

 

Capitolo 1 L’epifania del Fuoco

In una magica serata di settembre a Venezia accadono eventi infuocati…

“Sono molti, sono molti quelli che tu hai sedotti con la tua speranza e con la tua gioia. Ora essi hanno sentito dire che tu parlerai a Venezia, nel Palazzo Ducale, in uno dei luoghi più gloriosi e più splendidi che sieno su la terra! Essi ti potranno dunque vedere e ascoltare per la prima volta circondato di quella magnificenza inestimabile che sembra a loro il quadro appropriato alla tua natura. Il vecchio Palazzo dei Dogi, rimasto nelle tenebre per tante e tante notti, ora s’illumina d’improvviso e rivive. Tu solo, per loro, hai avuto il potere di riaccendere le fiaccole. Comprendi dunque la loro ansietà? E non ti sembra che tu debba parlare soltanto per loro? La condizione da te posta, per colui che parla a molti, può essere adempiuta. Tu puoi sollevare nelle loro anime un moto veemente che le volga e le protenda per sempre verso l’Ideale. Per quanti di loro, Stelio, potrà essere indimenticabile questa notte veneziana!”

 

Capitolo 2 L’Impero del silenzio

Nell’animo dei protagonisti la fiamma arde e trasporta il lettore verso l’intimità e il Fato

Vivere ardendo e non sentire il male-Gaspara Stampa

 Stelio Èffrena, giovane e brillante letterato, uomo affascinante e passionale trascorre a Venezia e in altre bellissime zone del Veneto un periodo di intensa passione e comunione con la divina Foscarina, attrice di grande fama e bellezza e di raffinatissima cultura.

Si narra del loro amore alimentato dalle bellezze veneziane e dalla comune fiamma della cultura e della creazione artistica. Ma, all’orizzonte appare Donatella Arvale, cantante giovanissima e di segreto fascino, che mette in crisi soprattutto Foscarina.

PERDITA -Anthony Frederick Augustus Sandys

 Risulta molto incisiva la caratterizzazione della musa Foscarina-Perdita (nome della protagonista di Winter’s Tale di W.Shakespeare)  con l’analisi scavata dei suoi pensieri e delle sue paure, in una sorta di stream of consciousness che a volte tocca vette melodrammatiche, ma più spesso ci mostra una donna in preda a paure amorose ed esistenziali di fronte alla maturità che avanza e alla giovinezza prorompente del suo amante e della sua nuova potenziale fiamma Donatella, che si va ineluttabilmente insinuando nella mente e nel corpo dell’amato.

“Sento l’amore in tutte le tue vene, nei tuoi capelli salire salire; lo veggo sgorgare di sotto alle tue palpebre… Quando le tue palpebre battono, mi sembra che battano come il mio sangue e che l’ombra delle tue ciglia tocchi l’intimo del mio cuore…”

 Lettura difficile, ma stimolante Ho avuto spesso la tentazione di smettere e tuttavia, il solo pensiero di trovare tra le righe    qualche perla di nuova conoscenza mi ha frenato e spinto ad andare avanti. Inoltre, il viaggio per Venezia sulla gondola in compagnia della musa Foscarina e di Stelio Èffrena è stato per me irrinunciabile. Ho ritrovato con loro posti noti e amati, ne ho scoperti mille da visitare. Irrinunciabili anche le descrizioni ispirate  delle opere d’arte dei grandi maestri Veneti.

 

 

“Non è un desiderio musicale questo di cui Venezia è piena, immenso e indefinibile? Tutti i rumori vi si trasformano in voci espressive. Ascolta! Al soffio impetuoso la città di pietra e d’acqua s’era fatta sonora come uno smisurato organo. Il sibilo e il rombo si cangiavano in una specie d’implorazione corale che cresceva e diminuiva con un mondo ritmico.”

Mi ha pervaso un senso di nostalgia all’interno delle ville magnifiche sul Brenta e delle storie che Stelio racconta sugli antichi proprietari; mi ha affascinato la semplicità della gita programmata in primavera sui Colli Euganei   nell’atmosfera poetica di Petrarca e del rosato paesino di Arquà. E poi  mi ha totalmente preso il richiamo dell’Abruzzo, dell’eremo e delle dune mosse che tanto hanno ispirato D’Annunzio.

Vista dall’Eremo Dannunziano

“Andavi alla finestra e rimanevi affacciato con lei a guardare il mare. Un bifolco spingeva due bovi giovani aggiogati all’aratro, ed arava la sabbia per insegnare ai giovenchi il solco diritto. Tu li guardavi con lei, ogni giorno, alla stessa ora. “

“Ah, Lady Myrta, non v’è terreno di corsa più bello della mia spiaggia libera. Voi conoscete gli immensi altipiani del Lancashire, il suolo asciutto del Yorkshire, le dure pianure di Altcar, gli acquitrini della bassa Scozia, le sabbie dell’Inghilterra meridionale; ma un galoppo su le mie dune più bionde e più luminose delle nuvole d’autunno, oltre le macchie di ginepro e di tamerici, oltre le brevi foci limpide dei fiumicelli, oltre i piccoli stagni salsi, lungo il mare più verde di una prateria, in vista delle montagne di neve e di turchino, oscurerebbe i vostri più lieti ricordi, Lady Myrta. – Italia, Italia! – sospirò la vecchia fata benigna. – Fiore del mondo!”

Colli Euganei dalla laguna di Venezia

“Guardate laggiù i Colli Euganei, Foscarina. Se il vento si leva, andranno vagando per l’aria come veli, ci passeranno sul capo. Non li ho mai veduti così trasparenti… Un giorno vorrei andare con voi ad Arquà. I villaggi sono rosei laggiù come le conchiglie che si trovano nella terra a miriadi. Quando arriveremo, le prime gocce d’una pioggerella improvvisa toglieranno qualche petalo ai fiori dei peschi. Ci fermeremo sotto un arco del Palladio, per non bagnarci. Poi cercheremo la fontana del Petrarca, senza domandare a nessuno la via.”

Continua il viaggio in laguna: Stelio decide di tornare a Roma e al teatro, Foscarina decide di partire per la sua tournée in America. I loro destini si stanno per compiere.

La storia si conclude in un trionfo di morte-vita, dove il grande Wagner lascia la vita terrena per entrare nel  ciclo immortale della vitalità artistica.

“Essi portavano su le loro braccia il peso dell’Eroe, portavano il corpo tramortito di Colui che aveva diffusa la potenza della sua anima oceanica sul mondo, la carne moritura del Rivelatore che aveva trasformato in infinito canto”

Immagini di fuoco e di bellezza

 

Venezia,  Anima Autunnale

“pensava in un pomeriggio recente – tornando dai Giardini per quella tiepida riva degli Schiavoni che all’anima dei poeti vaganti potè sembrar talvolta non so qual magico ponte d’oro prolungato su un mare di luce e di silenzio verso un sogno di Bellezza infinito – io pensava, anzi assisteva nel mio pensiero come a un intimo spettacolo, alla nuziale alleanza dell’Autunno e di Venezia sotto i cieli.”

«La mutua passione di Venezia e dell’Autunno, che esalta l’una e l’altro al sommo grado di lor bellezza sensibile, ha origine in una affinità profonda; poiché l’anima di Venezia, l’anima che foggiarono alla Città bella gli antichi artefici, è autunnale.”

 

I vetri di Murano

“Ferveva il lavoro intorno alla fornace. In cima ai ferri da soffio il vetro fuso si gonfiava, serpeggiava, diventava argentino come una nuvoletta, splendeva come la luna, scoppiava, si divideva in mille frammenti sottilissimi, crepitanti, rutilanti, più esigui dei fili che si vedono al mattino nelle foreste tra ramo e ramo. Gli artefici foggiavano le coppe armoniose, ciascuno obbedendo nell’operare a un ritmo suo proprio generato dalla qualità della materia e dalla consuetudine delle movenze atte a dominarla. I garzoni ponevano una piccola pera di pasta ardente nei punti indicati dai maestri”

Venezia nella memoria

“Ah, mi torna alla memoria qualcuna delle belle parole che diceste di Venezia, quella sera, quando la raffiguraste con mani meravigliose intenta a comporre le sue luci e le sue ombre in una continua opera di bellezza. Voi solo sapete dire quel che non è dicibile…”

Foscarina è stata Giulietta a Verona

“Entrammo a Verona una sera di maggio, per la porta del Palio.L’ansietà mi soffocava. Mi stringevo contro il cuore il quaderno dove avevo trascritta di mio pugno la parte di Giulietta; e ripetevo in me le parole del primo apparire: «Chi mi chiama? Eccomi. Qual è la volontà vostra?». La mia imaginazione era sconvolta da una strana congiuntura: compivo quel giorno quattordici anni, l’età di Giulietta!”

L’esule Dante

 “Imaginate l’ Alighieri, pieno già della sua visione, su le vie dell’esilio, pellegrino implacabile, cacciato dalla sua passione e dalla sua miseria di terra in terra, di rifugio in rifugio, a traverso le campagne, a traverso le montagne, lungo i fiumi, lungo i mari, in ogni stagione, soffocato dalla dolcezza della primavera, percosso dall’asprezza dell’inverno, sempre vigile, attento, aperto gli occhi voraci, ansioso del travaglio interiore ond’era per formarsi l’opera gigantesca. Imaginate la plenitudine di quell’anima nel contrasto delle necessità comuni e delle infiammate apparizioni che gli si facevano incontro di repente allo svolto di un cammino, sopra un argine, nella cavità di una roccia, pel declivio di una collina, nel folto di una selva, in una prateria canora di allodole. Per i tramiti dei sensi la vita molteplice e multiforme gli si precipitava nello spirito trasfigurando in viventi imagini le idee astratte ond’esso era ingombro. Ovunque, sotto il passo doloroso, scaturivano sorgenti imprevedute di poesia.”

 

 

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Tradizioni di Novembre-Camilleri racconta “Il Giorno dei Morti” in Sicilia. Ricordate? Ci portano regali e morticini, slurp!

martorana terrenormanneit

Tra una zucca e l’altra…Da oggi, Giorno di Ognissanti a domani, Giorno dei Morti.

Ragazze, ricordate? Questo frammento  siciliano di pura bellezza è per voi!

E aggiungo un pizzico di Abruzzo, con cibo e acqua da far trovare ai defunti  nella loro visita notturna! E calze appese al camino per regalini e dolcetti. Qualcosa del genere accade anche in alcuni paesi dell’Africa: cibo  portato  sulle tombe dei propri cari, allegramente.  

 Raccontatelo  ai vostri bambini.

 

da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.


Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.


I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.


Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.

D. Di Pietrantonio-L’ARMINUTA. Storia di abbandoni e di ritorni

arminuta campiello 

Il premio Campiello 2017 mi ha fatto scoprire la mia conterranea, Donatella di Pietrantonio. Il richiamo dell’Abruzzo è in questa fase della mia vita molto forte e intenso. Non l’ho mai abbandonato, almeno nella mia vita inconscia. Di notte i miei sogni sono sempre stati popolati da case, persone e dettagli della mia vita Abruzzese.

L’ Arminuta mi riporta a quel mondo antico. Leggere un dialetto che non ho mai conosciuto a fondo né praticato mi incuriosisce. Siamo tra la costa e l’entroterra, forse nella provincia di Teramo, lontano da casa mia nell’Aquilano, eppure molti sono gli elementi che riconosco, per esempio il cibo. Che meraviglia la tavolata di campagna dalla Commare Carmela e l’immagine antica e magica della Nonnaquercia!

“Tavolo apparecchiato. E pane ancora caldo da mangiare con olio e fave crude; fave cotte con le cipolle novelle, forme di pecorino, prosciutto del maiale sacrificato l’anno prima. Al riparo dal vento la fornacella con gli arrosticini già in cottura. Mio padre parlava con Mezzosigaro, bevevano il vino della vendemmia precedente elogiandone la forza e il colore. Forse non l’avevo mai visto ridere cosí, ho notato solo allora i denti che gli mancavano.[…] La moglie ha lasciato il secchio del grano per le galline ed è rientrata a prendere qualcosa da offrirci. Gli uomini hanno bevuto l’anisetta, per noi donne e bambini ha preparato una bibita di amarene conservate dall’anno precedente. – Qualche barattolo ve lo riportate[…]

Nonna Carmela ti aspetta, lo sai dove sta. Le ha tolto dolcemente Giuseppe dalle braccia e ha indicato con il mento una quercia secolare di fianco alla casa. Ho seguito la madre in quella direzione, senza capire. Solo a pochi passi di distanza l’ho vista e mi sono fermata di colpo. Occupava una sedia alta, dallo schienale rozzamente intagliato, come un rustico trono all’aperto. Era vestita di un grembiulone abbottonato sul davanti, del colore dell’ombra che la copriva. Sono rimasta lí a guardarla, incantata dalla sua fiabesca imponenza. La pelle del viso riarsa dal sole di cento estati si mimetizzava con la corteccia dell’albero retrostante, avevano la stessa immobilità, la stessa trama di crepe. Ai miei occhi entrambe apparivano eterne, la vecchia e la quercia.”

  

Quercia_cadorin

 

E poi colpiscono altre immagini di quel mondo: la corriera che porta dal paese al mare, la televisione condivisa per guardare Sandokan e la Perla di Labuan, l’asprezza dei contadini, l’ anima rozza e ribelle dei ragazzi, i desideri forti e incontrollati degli adolescenti. la pipì a letto, la giostra con le pericolose ed eccitanti catenelle o “calcinculo sferragliante degli zingari”.

Ho riassaporato odori e gusti che nel tempo altri profumi hanno ricacciato giù giù nel profondo, dai potenti gusti siciliani ai peculiari gusti veneti, questi ultimi per molti versi simili a quelli del mio Abruzzo.

 “Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell’Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.” note ed.

 L’Arminuta vive l’abbandono della prima madre e quello della seconda madre, la non presenza del primo padre distratto, e l’inconsistenza e la fragilità del secondo padre carabiniere che la riporta in paese, riconsegnandola come un pacco postale alla prima  famiglia, con  una misera valigetta e una borsa  in spalla con le scarpe. Il dolore della “restituita” sfiora anche la pelle del lettore e fa venire i brividi.

Viene catapultata in un mondo pieno di  estranei con cui deve per forza convivere in condizioni di povertà assoluta. Solo la  “naturalità” della sorella ritrovata, Adriana, la conquista e l’aiuta a superare piano piano le difficoltà di questa nuova vita, in una sorta di sorellanza complice.

La scuola dell’Arminuta: le medie al paese, il liceo in città. È brava la ragazza anzi bravissima! Adalgisa-seconda-madre, vuole pagarle gli studi, quasi a compensare l’abbandono… Anche io a scuola amavo la Geometria solida, proprio come l’Arminuta. Porto ancora dentro il fascino ingegneristico delle ricostruzioni di solidi, angoli e figure di ogni tipo!

 “Mi piaceva la geometria solida di quell’anno, le figure complesse, piramidi sovrapposte a parallelepipedi, cilindri con buchi a forma di coni scavati in una delle basi. Mi divertivo davvero a calcolare superfici e volumi, ad aggiungerli e sottrarli in cerca del totale.”

 Forse è banale, ma anche in questa storia gli uomini non fanno una gran bella figura. Sostanzialmente anaffettivi e fragili. L’ unica anima maschile vitale e  ribelle della storia, Vincenzo, scompare subito inghiottita dalle sue stesse intemperanze.

Le donne danno le carte e conducono il gioco intorno all’Arminuta. Ma come in tutte le storie che si rispettino, ad un certo punto, la protagonista pretende di giocare il suo gioco in prima persona e di “scoprire” le carte, rovesciando il tavolo.

donatelladipietrantonio2

Bella storia questa, anche per quel pizzico di mistero che aleggia intorno alla decisione dei genitori adottivi di restituire la ragazza alla famiglia d’origine. Un mistero legato a ragioni personali “difficilmente confessabili” nella bigotta società di provincia.

Lo sguardo di Di Pietrantonio sulla realtà del tempo è come un trattato sociale in cui incontri le classi sociali, le fragilita dei deboli, dei malati e dei bambini, l’insulsaggine del senso comune, la forza del territorio, le ferite profonde che la morte dei propri cari lascia nel corpo e nell’anima.

E non è storia melensa o melodrammatica, ma vita viva resa con un linguaggio altrettanto vibrante. Molto efficace e singolare dal punto di vista sintattico è l’uso di un presente storico ricorrente. Tutto accade ora ed anche il passato è ora, è l’istante che stiamo leggendo e vivendo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

G. Gallini-IL CONFINE DI GIULIA. Ignazio Silone e Giulia Bassani: storia verosimile di un amore complicato

“… nel 1930, rifugiandomi ammalato in un villaggio di montagna della Svizzera, credevo di non aver più molto da vivere e allora mi misi a scrivere un racconto al quale posi il nome di Fontamara. Mi fabbricai da me un villaggio col materiale degli amari ricordi e dell’immaginazione, ed io stesso cominciai a viverci dentro”
(da Uscita di Sicurezza)

 

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Ho scoperto Il Confine di Giulia di Giuliano Gallini, grazie alle segnalazioni di alcuni blogger su Facebook. Mi ha catturato subito il co-protagonista della “storia”, lo scrittore Ignazio Silone.

“Quell’uomo – come chiamarlo! – quando nacque a Pescina dei Marsi, in provincia dell’Aquila, il primo maggio del 1900, si chiamava Secondino Tranquilli.”

pescina-ilaria-gennariEd era nato molto vicino a “casa mia” ! La voglia di tornare in qualche modo alle mie radici ha alimentato il desiderio di leggere questa storia. Mi piace molto anche il titolo e quel concetto di “confine” di cui tanto si parla e molto poco si comprende.

 

Tenace e prevedibile

il respiro del cielo alza il mare

e scende sulle pietre di confine.

Anch’io aspetto, clown,

l’etra notturna.

Questo orrore,

questa diversa natura dell’essere,

una marionetta a teatro

che scompare, riappare,

e la voce profonda che accompagna,

e canta la bellezza e il fondamento

della vita, quando essa s’annienta!

Odio più l’inganno del nulla.

Taccia la voce. Possono le labbra

morte parlare? Non si rifiuta

d’apparir la parola?

Ti ho costruita

ti ho voluta

non esistevi.

Non mi affrontare nemica,

non separarti da me.”

Giulia Bassani

zuerich_fraumuenster_st_peterIl confine di Giulia è la storia di due anime tormentate che a tratti si sovrappongono, fino a diventare una sola. Giulia è una donna moderna, piena di dubbi. Aspetta un bambino da un giovane idealista scomparso nel nulla nazista. Poetessa, intellettuale raffinata e piena di complessi nutriti in un rapporto con il padre di dipendenza psicologica e affettiva, Giulia incontra Silone, rifugiato politico in Svizzera, nello studio di Jung, lo psicoanalista  che a Zurigo spopola insieme ai migliori intellettuali del tempo. Silone-senzacarta è malato e alla ricerca di una sua identità personale, religiosa e politica, di una nuova appartenenza insomma, quasi a rielaborare le conseguenze della frattura con il Partito Comunista Italiano.

“Matteotti, e anarchici, socialisti, comunisti, repubblicani, italiani, tedeschi, svizzeri, francesi – e si calcola che una buona metà dei presenti siano senzacarta.”

Tra i due vibrano affinità elettive e infatti parlano delle loro opere, delle loro vite, dei loro  progetti. Parla soprattutto Silone mentre Giulia ascolta.

“Parlarono di libri. Silone prese da una cassa vicino al letto una copia dei Fratelli Karamazov…”

il-confine-di-giuliaDonna di classe Giulia, che ha fatto scelte pesanti, come quella di affidare, su spinta del padre, il proprio “Bimbo” ad una coppia slovena, negandosi anche l’esperienza materna. Ma i tempi erano quelli che erano e una donna nelle sue condizioni non aveva di fronte autostrade ampie e sicure da percorrere, nonostante la classe sociale di appartenenza (o forse proprio per questo…) La disperazione la travolgerà e Silone non potrà fare nulla per lei, come nulla ha saputo e potuto fare per suo fratello Romolo arrestato dai fascisti forse per recuperare i servigi del “collaboratore-comunista -Silone-dai-tanti-nomi”.

Interessante la festa a casa Simon, dove Silone introduce Giulia a tutto il bel mondo intellettuale e imprenditoriale di Zurigo. la narrazione procede per bozzetti curiosi di personalità gigantesche realmente esistite, come lo scontroso Brecht e  il grande Musil e di personaggi immaginari. Quali? Il gioco del Chi è chi? incuriosisce il lettore.

Il compito di raccontare gli eventi viene affidato ad una narratrice che ripercorrendo la sua vita  e la  sua giovinezza, ci  guida nell’esplorazione del mondo di Giulia. L’ ammirava  incondizionatamente e osservandola da lontano fino agli ultimi momenti cruciali, cercava di imitarne la classe e la bravura, pur riconoscendo la sua  condizione stellare, ben al di sopra di ogni  tentativo di emulazione.

La narratrice  dice di suo padre:

“Ci teneva all’aggettivo europeo: si vergognava di essere italiano. Ma quando si vergognò anche di essere europeo andò in America, a Boston, dove anche io vissi per molto tempo prima di tornare[…]Dopo la fine della guerra ci trascinò in America e non volle mai più tornare in Italia, neppure dopo la caduta del fascismo e la rinascita della democrazia. Diceva che la vita pubblica nel nostro paese sarebbe sempre stata intollerabile. Le classi dirigenti italiane non avevano cultura politica e avrebbero trasmesso la loro mediocrità al popolo. L’Italia sarebbe stata preda dei populismi e sarebbe sempre stata tenuta in ostaggio da piccoli e grandi capipopolo – e capimafia. La democrazia si sarebbe ammalata a causa dei demagoghi i quali, con i loro ricatti, avrebbero frammentato e indebolito la società e i suoi valori.”

 

Il romanzo parte da Giulia e termina con Giulia, lasciando nel lettore un senso di smarrimento in un vuoto sociale e personale. E Silone-compagno -intermittente cosa fa? Continua il suo cammino, aggiungendo sempre più mattoni al suo magnifico edificio di scrittore.

“Saprò riscattarmi. Non smetterò di lottare per i poveri e gli oppressi. Lo farò con i miei romanzi”

 

fontamara-siloneQuesto romanzo e la sua verosimile storia di un amore forse troppo cerebrale tra il rifugiato politico e la ricca borghese tormentata, nelle brume di una Zurigo opulenta e distaccata, ha acceso in me il desiderio di rileggere Fontamara che nel libro di Gallini fa da colonna sonora discreta, nelle sue varie versioni.

Ho recuperato la copia del libro dai vecchi scaffali e ho cominciato a leggerlo con una nuova consapevolezza, grazie anche a Il confine di Giulia.

Arrivederci a Fontamara!

 

 

L’autore

 

gallini

“Il mio lavoro è arbitrario e, come ha scritto Vargas Llosa a proposito dei romanzi storici, avrei forse potuto evitare tutto questo spettegolare – avrei potuto evitare queste menzogne, anche se le ho scritte con cognizione di causa. Avrei potuto evitare di aggiungere un’altra narrazione alle molte già in circolazione – quelle degli storici, dei biografi, degli amici, degli avversari politici – spesso inconciliabili tra di loro e discutibili come quelle di un romanzo; e ai molti racconti, a volte imprecisi e reticenti, che lo stesso Silone ci ha lasciato nei suoi scritti autobiografici. Imprecisi e reticenti: per convenienza? Perché i ricordi sfumano con gli anni? Perché i nostri motivi non sono mai del tutto chiari neppure a noi stessi?” G.Gallini

 

 

 

F.Guccini-DIZIONARIO DELLE COSE PERDUTE.Operazione nostalgia? Missione compiuta

 

 

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Ci sono nella vita eventi e cose  inevitabili. Incontri con il destino a cui non puoi sottrarti, specialmente se hai superato i 60. Con il suo Dizionario delle Cose Perdute, Francesco Guccini si rende complice di un incontro fatale che ci fa rivivere i riti, i giochi, gli oggetti, i luoghi e le relazioni che hanno abitato la nostra infanzia e adolescenza.

Lo sguardo è chiaramente maschile, anche se devo confessare che con le bambine del mio “club” facevamo alcuni dei giochi da maschiaccio che Francesco racconta: una specie di nascondino detto Bomba, con un barattolo di pomodoro vuoto, messo al centro di una piazzetta e calciato con vigore da uno dei giocatori. Quello designato a raccoglierlo e a cercare chi si nascondeva, correva affannosamente nella speranza di rimetterlo subito a posto ed iniziare la ricerca dei giocatori.

Anche noi giocavamo a Guardie e ladri, a Uno e zompa la luna o Zompa cavallo (nelle varie regioni il nome subiva delle variazioni, ma di fatto, lo stesso gioco univa Nord, Sud,Est e Ovest

il carrettinoCostruivamo il Carrettino con i cuscinetti a sfera, pericolosissimo, collezionavamo con gioia e civetteria le biglie colorate,  stando attente ai loro colori e riflessi. shangaiGiocate interminabili di Pulce e Shangai, dove anche noi cercavamo di “barare” inutilmente, attribuendo ai tavoli sbilenchi gli scivolamenti dei bastoncini.

Mi sembra  di sentire gli occhi  che bruciano per l’alcol, sento gli odori e rivedo il bel rosso  cremisi dell’alchermes, sì, i liquori fatti in casa per le feste importanti. Anche per le festine tra ragazzi, ma il liquore era solo per gli adulti che, discretamente, sorvegliavano  gli adolescenti in preda alla lotta  ormonale tipica dell’età.

La conservazione dei cibi era un problema relativo, specialmente nelle zone fredde. ma, all’occorrenza,  c’era  la ghiacciaia e l’uomo del ghiaccio, il panetto di burro oblungo a mollo nell’ acqua, che in Abruzzo non era mai calda. Piccola epifania:

Una bella zuppa di latte con il pane “rifatto” di qualche giorno. Con il pane di patate marsicano si può fare, diventa più buono, giorno dopo giorno! Il latte è denso, ricco e saporito.

Concettina ce lo portava ogni mattina “dalle Cese”. Scendeva giù in pianura dal paesino sul monte Salviano, con i suoi doni preziosi: il bidone di alluminio in testa dal quale proveniva il fresco sciac sciac del latte e il secchiello, anch’esso di alluminio, in cui galleggiava uno sghimbescio panetto di burro, protagonista della nostre merende a base di pane, burro e zucchero… Che meraviglia! Il caffellatte con il pane era un rito familiare, il suo gusto oggi, si arricchisce della magia dei ricordi d’infanzia.  Dal mio post sul weblog  Briciolanellatte, il gusto antico della modernità

cucina economicaLa cucina era il luogo privilegiato per lo studio, le chiacchiere, gli incontri, il cibo in cottura sulla piastra arroventata della cucina economica, l’odore delle bucce di mandarino sfrigolanti.

La cucina forniva tutto quello che serviva, anche il prete nel letto per riscaldarlo, il mattone avvolto nella lana per scaldarsi, la paura di prendersi i geloni quando, rientrando pieni di neve e freddo, ci si appoggiava subito alla stufa calda.

Il pacchetto verde delle Nazionali me lo ricordo bene e Guccini bene ha fatto ad usarlo come copertina. Così evocativo e accattivante. Quasi mi spinge a prenderlo in mano, come se sentissi di nuovo papà che mi chiede:

“Ornella, mi vai a comprare cinque nazionali senza filtro? Certo papà”

Cento metri su, per Via Mazzini, compro le sigarette dal tabaccaio di quartiere Franceschino, che comunque si trova pericolosamente vicino ai binari della ferrovia e al confine con un altro quartiere misterioso: il “Concentramento”.

CaltabellottaCoincidenze piacevoli: Il racconto della naia (ricordo  molto maschile…) ci porta a Caltabellotta dove siamo stati da poco con Camilleri, inseguendo l’ombra inquietante di Guglielmo Raimondo Moncada

 

topolinoamaranto

Ora prendetevi una piacevole pausa musicale a bordo della Topolino Amaranto di Paolo Conte. Anche Guccini  le dedica un gustoso siparietto nel suo Dizionario.

  

 

La “banana” che Francesco ricorda, mi fa venire in mente  le parole della signora Pettinella, (e chi può dimenticare lei, Sor Emidio e il loro provvidenziale negozio di alimentari sotto casa!) appena sono nata: “che bella morona!” Mamma mi raccontava che  si riferiva alla bananona di neri capelli lucidi che mi avevano fatto a poche ore dalla mia nascita in casa, con tanto di ostetrica di famiglia, come da tradizione.

Cinema Don orione AvezzanoTutte e tre le sorelline Fortuna, di domenica pomeriggio, appena dopo pranzo si avviavano verso il cinema parrocchiale Don Orione dove tra fruscii, pellicola rotta, Western e bruscolini trascorrevano il pomeriggio e lasciavano finalmente mamma e papà  soli per un po’.

Quante cose abbiamo in comune, Francesco! Quante emozioni! Fanno parte di me, di come ero e di come sono diventata. Senza di esse non sarei come sono. Sarei tante cose in più o in meno o, semplicemente, diversa.

Il ritorno al passato con Guccini è  un piacevole viaggio tra cose non perdute, ma inglobate nel ciclo del tempo che tutto trasforma. Ho voluto abbandonarmi, per lo spazio di un libro, all’operazione nostalgia del Dizionario.

Non sono sicura che i giovani lettori riescano a provare tutte le emozioni che il libro  ha procurato a me, ma forse i più curiosi sorrideranno e si lasceranno avvolgere per un attimo da questo piccolo, grande mondo antico.

 

Ferragosto 2013 in viaggio nei luoghi del cuore

La Stampa (Giovedì, 15 Agosto 2013), mi riporta nei luoghi del cuore. Tra gli itinerari di viaggio suggeriti da Roberto Duiz,   due le località che fanno parte della mia vita e dei miei ricordi più intensi: Stromboli e Alba Fucens.

Stromboli vista dai bambiniTorniamo al 1986, la famiglia decide di trascorrere le ferie estive a Stromboli. Le zie di Stefano, Anna e Cettina, hanno un’amica che possiede una bella casa a due passi dalla nera spiaggia stromboliana. Si prende in affitto e si parte. Un mese di meraviglie.
Comincia la prima esaltante avventura eoliana tra mare, lava, incendi terrificanti rosso Canadair, ma soprattutto la scoperta di un ammaliante cielo stellato sopra di noi, nella piazzetta in cima al paese.

Ferragosto, la Chiesa Madre fa da sfondo, le note di una canzone alla moda fuoriescono dalla radiolina di uno strano tipo. Noi tutti siamo ammaliati dal manto luminoso che ci fa da tenda ed io in lacrime, in preda ad una delle più feroci crisi esistenziali ed emozionali che abbia mai vissuto. Indelebile!

Alba Fucens scavi 001Che dire di Alba Fucens? È nella mia terra, la Marsica, è nelle mie corde, con lo sfondo del Monte Velino che mi salutava ogni mattina quando mi affacciavo dalla finestra della cucina, lì a sinistra o da quella della “sala da pranzo” sempre lì, a sinistra…

chiesetta di San Pietro Alba FucensNella Chiesa di San Pietro si è sposata Rosanna, la mia sorella maggiore, all’inizio della primavera, durante una nevicata pazzesca. La sposa era lunare, da fiaba, avvolta nel suo pizzo bianco che accoglieva, nei suoi trafori delicati, fiocchi leggeri ed insistenti di neve. Tutti gli invitati, morti di freddo, tra abiti velati e scarpette leggere, non vedevano l’ora che la cerimonia finisse per potersi rifugiare nel calore del ristorante e iniziare l’agognato pranzo di nozze!

Monte Velino_AbruzzoTante “scampagnate” ad Alba Fucens, meta di innamorati e allegre comitive di compagni in gita. La descrizione di Roberto Duiz,  è lo specchio del luogo e dei sentimenti che evoca.

A questi aggiungo i miei ricordi ed un pensiero affettuoso e riverente che vola verso il Velino.

Guarda questo  bellissimo  documentario di RAI3 sulle Pietre di Alba Fucens.

P. Pezzelli-ITALIAN LESSONS. Un gusto antico di Abruzzo nell’America di Carter Quinn

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Giugno 2011. Questa America liberista e talora libertaria, lobbista, sorprendente, conservatrice e progressista,  Land of Contradictions colpisce ancora:

“Approvato a New York con maggioranza bipartisan il Marriage Equality Act, provvedimento proposto dal governatore, Andrew Cuomo, che riconosce alle coppie omosessuali il diritto di contrarre matrimonio come ogni altra coppia nello Stato di New York…”

  E allora,   mi viene voglia  di fare un salto  leggero tra gli Italo-americani! Non so spiegare la connessione immediata, non so quanto coerente essa sia,  ma decido di pubblicare la recensione che stavo  scrivendo del romanzo di Peter Pezzelli, un romanzo leggero, d’amore, di partenze e di ritorni, tra una lezione e l’altra di Italiano… 

Nato e cresciuto in America (Rhode Island),   Pezzelli trasferisce  in  Italian lessons, tutto il suo bagaglio  culturale Abruzzese. E già questo è stato per me un forte richiamo.

Giancarlo, il professore protagonista della storia,  insegna musica e da lezioni di Italiano solo a chi è disposto a impegnarsi seriamente. Carter Quinn  accetta. Tra lui e il  professore si instaura una rapporto  profondo. L’Italia, e l’Abruzzo in particolare,  si trasformano  da terra dell’amore, come Carter l’ha sempre  immaginata,  in territorio da esplorare alla ricerca di verità nascoste che possono  cambiare la vita dei protagonisti…

Fresh out of college, Carter Quinn has returned to his home in North Providence, Rhode Island, unsure of just about everything except his plans to go to Italy and pursue the woman of his dreams. To do that, he needs to learn to speak Italian, and only one man is right for the job-Giancarlo Rosa- if Carter can survive him.”

appreciation…

Light, humorous, pleasant I enjoyed the friendly and familiar atmosphere of the different settings: Giancarlo’s house, the College and, in the second part, Castelalto in Abruzzo. My mountains, my Folk, The Sunday traditions, Lunch with roasted Lamb…

Language and style? Very simple, realistic, straightforward, sometimes naive…

Interesting and effective  is the approach to language teaching. Giancarlo is a good teacher. His lessons are full of realism and magic at the same time. They reflect his tormented, unresolved relationship with his homeland, his family and his beloved…

Amazing are the differences between  American and English as well as the funny translation of some sentences from American into Italian. a helpful and valuable tip for teachers: Love as the most effective motivation for  learning a foreign  language … A very ancient  motivation, never duly mentioned and exploited in FLT books! Bello!

Dello stesso autore: Home to Italy, Francesca’s Kitchen, Every Sunday

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